THE MAGIC POWER OF NOTHINGNESS

Enrico Magnani - WORK n.18

We all have experienced to recognize a human face in the bark of a tree or an elephant in the shape of a cloud

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Abstract painting, I am often asked what it is and why doing it. Sometimes I hear the call of the figurative painting, to paint bodies and faces as in the nineties. So why not doing it? Because it would be a too personal necessity that has nothing to do with the mission of the artist. I believe that abstract painting is a much more powerful tool of evolution, research, and communication. Painting the abstract, for me, does not mean “to paint nothing” or make just signs or something superficial. The artist does not have to “paint nothing”, but must “paint nothingness”. There is a big difference between these two things. The word “nothingness” is interesting. Nothingness, emptiness, are very important concepts in the oriental culture of Zen Buddhism. To receive new information one must evacuate. It is said that a cup already full can not receive new water. We have too many memories associated with the defined known forms. A tree, a bottle, an animal… leads us right away, with the memory, in a past moment of our lives, stimulating positive or negative emotions, but certainly influencing us. The things that we have already lived and experienced in the past do not make us grow. When forms become unrecognizable, never seen before, are not attributable to anything known, we are no longer able to associate them with immediacy to memories and emotions; this fact opens up a moment of emptiness, nothingness, disconnecting us from the known world, a magic window on the unexplored. Only there, we can find what we are still looking for, and what we need. We can fill our cup with fresh water. Abstract painting should help us in this process of exploring the unexplored. It must create a heeling moment, it must catch us unprepared. Human beings have the tendency to find in unknown forms, known ones; this is why when we put someone in front of something shapeless, after a while he will say with joy that he’s found the face of a man, or the shape of an animal. This “finding” gives us confidence because it brings us back to the known world. The longer the time in which we don’t find, the more we feel lost and full of despair, but this emptiness and this nothingness are indeed the most precious treasure, the wishing well, the place where everything is possible, the only place where we can find, like magic, something that is not of this world, that is ours alone, and that no one could ever tell us.

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A tutti è capitato di riconoscere un volto nella corteccia di un albero o un elefante nella forma di una nuvola

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La pittura astratta, mi sono spesso chiesto cos’è e perché farla. A volte sento il richiamo del figurativo, di ritornare a dipingere corpi e volti come negli anni novanta. Perché allora non lo faccio? Perché sarebbe una necessità troppo personale, che non ha più nulla a che vedere con la missione dell’artista. Credo che la pittura astratta sia un mezzo molto più potente di evoluzione, di ricerca e di comunicazione. Dipingere l’astratto per me non vuol dire “dipingere il niente”, fare dei segni a caso o qualcosa di superficiale. L’artista non deve “dipingere niente”, ma deve “dipingere il niente”. C’è una bella differenza tra queste due cose. La parola “niente” è interessante. Il niente, il vuoto, sono concetti molto importanti della cultura orientale del buddismo zen. Per poter ricevere nuove informazioni bisogna fare il vuoto. Si dice che una tazza già colma non può ricevere nuova acqua. Abbiamo troppi ricordi definiti associati alle forme conosciute. Un albero, una bottiglia, un animale… ci portano subito con il ricordo ad un momento passato della nostra vita, stimolando emozioni positive o negative, ma certamente condizionate. Le cose che abbiamo già vissuto e sperimentato non ci fanno più crescere. Quando le forme diventano invece irriconoscibili, mai viste prima, non sono riconducibili a nulla di conosciuto e quindi non riusciamo più ad associarle con immediatezza ad un ricordo e a un’emozione; si apre così un momento di vuoto, di niente, di disconnessione dal mondo conosciuto: una magica finestra sull’inesplorato; solo lì possiamo trovare ciò che stiamo ancora cercando, ciò di cui abbiamo bisogno. Possiamo riempire la nostra tazza con acqua nuova. La pittura astratta deve aiutarci in questo processo di esplorazione dell’inesplorato. Deve creare un momento di sbandamento, ci deve cogliere impreparati. L’uomo ha la tendenza a ritrovare nelle forme sconosciute delle forme conosciute; per questo quando lo mettiamo di fronte a qualcosa di informe, dopo poco esclamerà con gioia che ha trovato il volto di un uomo o la sagoma di un animale. Questo “trovare” ci dà sicurezza perché ci riporta al mondo del conosciuto. Più è lungo il tempo in cui non troviamo e più ci sentiamo perduti e pieni di sconforto, ma il vuoto e il niente sono proprio il tesoro più prezioso, il pozzo dei desideri, il luogo in cui tutto è possibile, il solo luogo dove possiamo trovare, come per magia, qualcosa che non è di questo mondo che è solo nostro e che mai nessuno potrà raccontarci.

For further information / Per ulteriori informazioni : www.enricomagnani-art.com

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 Enrico Magnani 2015 © All Rights Reserved

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