THE DUTY OF THE ARTIST

SUPERNOVA No.1-Acrilico su cartone patinato, 100x76, 2017-©

A DIRECTOR WHO STAGES A UNIVERSAL SCREENPLAY

To give more than what we are, we have to come out of ourselves, overcome ourselves, get in the upper regions and take items that we can later distribute. This is the secret of divine art: overcome ourselves in order to bring to humanity something better. (M. O. Aivanhov)

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It was the summer of 1995 when I really started painting my own subjects. I was in the midst of an existential crisis that had forced me to stop my scientific studies at the university. Later, I was taken up and completed them, but at a different pace and with a greater awareness. The crisis brought to light what for years I had stifled: art. The need to express myself, to experiment, and to get in touch with a world more connected to emotions and the unspeakable. From that moment began a journey that has never stopped, even for a moment. I not only fed myself with art as in the previous years, but I finally created it. I was no longer just an art consumer, but I became a producer. Between a book of physics and one of chemistry, in whatever situation I found myself, I could carve out the time to paint, to make the right side of my brain breathe. In those years I had a lot of garbage to throw out. All I had suffocated in the cellar of my being was rotted. I had to expel the garbage from my mind: anger, dissatisfaction, frustration, sadness, fear. There was everything. I accumulated it for years and it remained unspoken. My hand, as a painter, was not that bad and I made this junk interesting. No one wanted to take it home, almost no one, but everyone was curious and watched it. The figures I painted were a true picture of the mess I was living in that was the mess of the world in which we are all living in. I used to deform and to amplify reality to better show its flaws –so I used to say- to make them more visible to others. I believed this; and perhaps in part it may be true, but since the reality is often the mirror of our inner world, the external reality was also my inner reality. I was focusing on all the ugliness of the world, of all that did not work, but I did not have a solution to propose. I continued to live in a murky atmosphere and that was what I communicated to others; I contaminated them. When this thought has become clear and conscious I faced an artistic blackout. I stopped showing my work and locked myself in my apartment for months. I said to myself that if you have nothing good to say, it is needless to say it by force. Saying something unnecessary or redundant only adds chaos to an already full of chaos world. I would have said something again if and when I would have found a message worthy of being communicated: something good for all men. At that time I was painting for myself, I meditated and studied the ancient spiritual traditions. I was greedy and had a lot of time. I was getting to the dragon and my personal demons trying to look at them, know them, and understand them. This has produced a cathartic phenomenon inside and outside me, in my artworks. My mind began to find new dimensions, new horizons, new sources of inspiration. The weeds were eradicated; I could now begin to cultivate the garden. The ancient spiritual traditions since then have become my first source of inspiration. New forms arrived, new colors, new meanings. It took a while to understand that what I was creating had a deeper meaning, far from my selfishness, my psyche, from my personal problems. Before I manifested the negative reality that I had absorbed, during my all life, after having well contaminated and deformed it by my personal neurosis – neurosis which, after all, we all have. Afterwards, I started taking my material from above, and used to consider myself as a medium: a channel to communicate things that I did not invent and I did not in any way deform. Simple and powerful messages of evolution that since thousands of years try to resonate, among many difficulties, on our planet. It was no longer a matter of listening to the little earthly ego desires, rather than act as a medium of a greater and higher knowledge and certainly more useful to mankind. I deeply believe that the artist should become an ambassador of principles higher than himself. He must drop his selfishness, his personal problems, his personal tastes to be at the service of a higher and more universal cause. The canvas is like a stage on which the artist can not enter. The artist has to be the director who stages a universal screenplay that does not concern himself. The artist, with his personality, has the duty to step aside and leave the whole scene for the representation of universal theater.

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UN REGISTA CHE METTE IN SCENA UN COPIONE UNIVERSALE

Per dare più di ciò che siamo, dobbiamo uscire da noi stessi, superarci, entrare nelle regioni superiori e cogliere gli elementi che potremo in seguito distribuire. Questo è il segreto dell’arte divina: superarsi al fine di poter apportare all’umanità qualcosa di migliore.  (M. O. Aivanhov)

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Era l’estate del 1995 quando ho cominciato a dipingere soggetti davvero miei. Ero nel pieno di una crisi esistenziale che mi aveva costretto a interrompere i miei studi scientifici all’università. In seguito li ho poi ripresi e portati a termine, ma con ritmi diversi e con una maggiore cosapevolezza. La crisi ha portato a galla quello che per anni avevo soffocato: l’arte. Il bisogno di esprimersi, di sperimentare e di frequentare un mondo più legato all’emozione e all’indicibile. Da quel momento è cominciato un percorso che non si è più fermato, nemmeno per un istante. Non mi nutrivo semplicemente di arte come negli anni passati, ma finalmente creavo. Non ero più solo un consumatore d’arte, ma ero diventato un produttore. Tra un libro di fisica e uno di chimica, in qualunque situazione mi trovassi riuscivo sempre a ritagliarmi il tempo per dipingere, per fare respirare il lato destro del mio cervello. In quegli anni avevo parecchio da buttare fuori. Tutto quello che avevo soffocato nella cantina del mio essere era marcito. Dovevo espellere la spazzatura dal mio animo: la rabbia, l’insoddisfazione, la frustrazione, la tristezza, la paura. C’era di tutto. Accumulato per anni e rimasto inespresso. La mia mano, come pittore, non era male e riusciva a rendere questa spazzatura interessante. Nessuno voleva portarsela a casa, quasi nessuno, ma tutti ne erano incuriositi e la guardavano. Le figure che dipingevo erano una vera fotografia di quel caos che mi abitava, che era il caos del mondo in cui tutti viviamo. Deformavo e amplificavo la realtà per mostrare meglio i suoi difetti –così dicevo- per renderli più visibili agli altri. Credevo questo; e forse in parte è anche vero, ma visto che la realtà è spesso lo specchio del nostro mondo interiore, quella realtà esterna era anche la mia realtà interiore. Il mio io si focalizzava su tutte le brutture del mondo, su tutto quello che non funzionava, senza però avere una soluzione da proporre. Continuavo a vivere in un’atmosfera torbida e questo era ciò che comunicavo agli altri; li contaminavo. Quando questo pensiero è diventato chiaro e consapevole ho avuto un blackout artistico. Ho smesso di esporre le mie opere e mi sono rinchiuso nel mio appartamento per lunghi mesi. Mi sono detto che se non hai nulla di buono da dire, è inutile dirlo per forza. Dire qualcosa di inutile o di ridondante aggiunge solo caos a un mondo già pieno di caos. Avrei detto di nuovo qualcosa se e quando avessi trovato un messaggio degno di essere comunicato. Qualcosa di buono per tutti gli uomini. Al momento dipingevo per me stesso, meditavo e studiavo le antiche tradizioni spirituali. Ero vorace e avevo tempo. Andavo incontro al drago e ai miei demoni personali cercando di guardarli in faccia, conoscerli e capirli. Si è così prodotto un fenomeno catartico sia dentro di me che fuori di me: nelle mie opere. Il mio animo ha cominciato a trovare nuove dimensioni, nuovi orizzonti, nuove fonti di ispirazione. Le erbacce erano state estirpate, ora potevo cominciare a coltivare il giardino. Le antiche tradizioni spirituali sono da allora diventate la mia prima fonte di ispirazione. Nuove forme sono arrivate, nuovi colori, nuovi significati. C’è voluto un po’ per capire che quello che stavo producendo aveva un significato più profondo, lontano dai miei egoismi, dalla mia psiche, dai miei problemi personali. Prima esternavo la realtà negativa che avevo assorbito dopo averla ben contaminata e deformata dalle mie nevrosi personali – nevrosi che, dopotutto, tutti abbiamo. In seguito, il mio materiale lo prendevo dall’alto e io mi ponevo come un tramite: un canale per comunicare cose che io non inventavo e io non volevo in alcun modo deformare. Semplici e potenti messaggi di evoluzione che da millenni cercano di risuonare, tra molte difficoltà, sul nostro pianeta. Non si trattava più di ascoltare i piccoli desideri terreni dell’ego, piuttosto di farsi tramite di un sapere più grande e più alto e certamente più utile all’uomo. Credo profondamente che l’artista debba diventare un ambasciatore di principi più alti di lui. Deve lasciare cadere il suo egoismo, i suoi problemi personali, i suoi gusti personali per mettersi al servizio di una causa più alta e più universale. La tela è come un palcoscenico sul quale l’artista non può entrare. L’artista deve fare il regista e mettere in scena una sceneggiatura universale che non lo riguarda personalmente. L’artista, con la sua personalità, ha il dovere di mettersi da parte e lasciare tutta la scena alla rappresentazione del teatro universale.

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