THE DUTY OF THE ARTIST

SUPERNOVA No.1-Acrilico su cartone patinato, 100x76, 2017-©

A DIRECTOR WHO STAGES A UNIVERSAL SCREENPLAY

To give more than what we are, we have to come out of ourselves, overcome ourselves, get in the upper regions and take items that we can later distribute. This is the secret of divine art: overcome ourselves in order to bring to humanity something better. (M. O. Aivanhov)

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It was the summer of 1995 when I really started painting my own subjects. I was in the midst of an existential crisis that had forced me to stop my scientific studies at the university. Later, I was taken up and completed them, but at a different pace and with a greater awareness. The crisis brought to light what for years I had stifled: art. The need to express myself, to experiment, and to get in touch with a world more connected to emotions and the unspeakable. From that moment began a journey that has never stopped, even for a moment. I not only fed myself with art as in the previous years, but I finally created it. I was no longer just an art consumer, but I became a producer. Between a book of physics and one of chemistry, in whatever situation I found myself, I could carve out the time to paint, to make the right side of my brain breathe. In those years I had a lot of garbage to throw out. All I had suffocated in the cellar of my being was rotted. I had to expel the garbage from my mind: anger, dissatisfaction, frustration, sadness, fear. There was everything. I accumulated it for years and it remained unspoken. My hand, as a painter, was not that bad and I made this junk interesting. No one wanted to take it home, almost no one, but everyone was curious and watched it. The figures I painted were a true picture of the mess I was living in that was the mess of the world in which we are all living in. I used to deform and to amplify reality to better show its flaws –so I used to say- to make them more visible to others. I believed this; and perhaps in part it may be true, but since the reality is often the mirror of our inner world, the external reality was also my inner reality. I was focusing on all the ugliness of the world, of all that did not work, but I did not have a solution to propose. I continued to live in a murky atmosphere and that was what I communicated to others; I contaminated them. When this thought has become clear and conscious I faced an artistic blackout. I stopped showing my work and locked myself in my apartment for months. I said to myself that if you have nothing good to say, it is needless to say it by force. Saying something unnecessary or redundant only adds chaos to an already full of chaos world. I would have said something again if and when I would have found a message worthy of being communicated: something good for all men. At that time I was painting for myself, I meditated and studied the ancient spiritual traditions. I was greedy and had a lot of time. I was getting to the dragon and my personal demons trying to look at them, know them, and understand them. This has produced a cathartic phenomenon inside and outside me, in my artworks. My mind began to find new dimensions, new horizons, new sources of inspiration. The weeds were eradicated; I could now begin to cultivate the garden. The ancient spiritual traditions since then have become my first source of inspiration. New forms arrived, new colors, new meanings. It took a while to understand that what I was creating had a deeper meaning, far from my selfishness, my psyche, from my personal problems. Before I manifested the negative reality that I had absorbed, during my all life, after having well contaminated and deformed it by my personal neurosis – neurosis which, after all, we all have. Afterwards, I started taking my material from above, and used to consider myself as a medium: a channel to communicate things that I did not invent and I did not in any way deform. Simple and powerful messages of evolution that since thousands of years try to resonate, among many difficulties, on our planet. It was no longer a matter of listening to the little earthly ego desires, rather than act as a medium of a greater and higher knowledge and certainly more useful to mankind. I deeply believe that the artist should become an ambassador of principles higher than himself. He must drop his selfishness, his personal problems, his personal tastes to be at the service of a higher and more universal cause. The canvas is like a stage on which the artist can not enter. The artist has to be the director who stages a universal screenplay that does not concern himself. The artist, with his personality, has the duty to step aside and leave the whole scene for the representation of universal theater.

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UN REGISTA CHE METTE IN SCENA UN COPIONE UNIVERSALE

Per dare più di ciò che siamo, dobbiamo uscire da noi stessi, superarci, entrare nelle regioni superiori e cogliere gli elementi che potremo in seguito distribuire. Questo è il segreto dell’arte divina: superarsi al fine di poter apportare all’umanità qualcosa di migliore.  (M. O. Aivanhov)

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Era l’estate del 1995 quando ho cominciato a dipingere soggetti davvero miei. Ero nel pieno di una crisi esistenziale che mi aveva costretto a interrompere i miei studi scientifici all’università. In seguito li ho poi ripresi e portati a termine, ma con ritmi diversi e con una maggiore cosapevolezza. La crisi ha portato a galla quello che per anni avevo soffocato: l’arte. Il bisogno di esprimersi, di sperimentare e di frequentare un mondo più legato all’emozione e all’indicibile. Da quel momento è cominciato un percorso che non si è più fermato, nemmeno per un istante. Non mi nutrivo semplicemente di arte come negli anni passati, ma finalmente creavo. Non ero più solo un consumatore d’arte, ma ero diventato un produttore. Tra un libro di fisica e uno di chimica, in qualunque situazione mi trovassi riuscivo sempre a ritagliarmi il tempo per dipingere, per fare respirare il lato destro del mio cervello. In quegli anni avevo parecchio da buttare fuori. Tutto quello che avevo soffocato nella cantina del mio essere era marcito. Dovevo espellere la spazzatura dal mio animo: la rabbia, l’insoddisfazione, la frustrazione, la tristezza, la paura. C’era di tutto. Accumulato per anni e rimasto inespresso. La mia mano, come pittore, non era male e riusciva a rendere questa spazzatura interessante. Nessuno voleva portarsela a casa, quasi nessuno, ma tutti ne erano incuriositi e la guardavano. Le figure che dipingevo erano una vera fotografia di quel caos che mi abitava, che era il caos del mondo in cui tutti viviamo. Deformavo e amplificavo la realtà per mostrare meglio i suoi difetti –così dicevo- per renderli più visibili agli altri. Credevo questo; e forse in parte è anche vero, ma visto che la realtà è spesso lo specchio del nostro mondo interiore, quella realtà esterna era anche la mia realtà interiore. Il mio io si focalizzava su tutte le brutture del mondo, su tutto quello che non funzionava, senza però avere una soluzione da proporre. Continuavo a vivere in un’atmosfera torbida e questo era ciò che comunicavo agli altri; li contaminavo. Quando questo pensiero è diventato chiaro e consapevole ho avuto un blackout artistico. Ho smesso di esporre le mie opere e mi sono rinchiuso nel mio appartamento per lunghi mesi. Mi sono detto che se non hai nulla di buono da dire, è inutile dirlo per forza. Dire qualcosa di inutile o di ridondante aggiunge solo caos a un mondo già pieno di caos. Avrei detto di nuovo qualcosa se e quando avessi trovato un messaggio degno di essere comunicato. Qualcosa di buono per tutti gli uomini. Al momento dipingevo per me stesso, meditavo e studiavo le antiche tradizioni spirituali. Ero vorace e avevo tempo. Andavo incontro al drago e ai miei demoni personali cercando di guardarli in faccia, conoscerli e capirli. Si è così prodotto un fenomeno catartico sia dentro di me che fuori di me: nelle mie opere. Il mio animo ha cominciato a trovare nuove dimensioni, nuovi orizzonti, nuove fonti di ispirazione. Le erbacce erano state estirpate, ora potevo cominciare a coltivare il giardino. Le antiche tradizioni spirituali sono da allora diventate la mia prima fonte di ispirazione. Nuove forme sono arrivate, nuovi colori, nuovi significati. C’è voluto un po’ per capire che quello che stavo producendo aveva un significato più profondo, lontano dai miei egoismi, dalla mia psiche, dai miei problemi personali. Prima esternavo la realtà negativa che avevo assorbito dopo averla ben contaminata e deformata dalle mie nevrosi personali – nevrosi che, dopotutto, tutti abbiamo. In seguito, il mio materiale lo prendevo dall’alto e io mi ponevo come un tramite: un canale per comunicare cose che io non inventavo e io non volevo in alcun modo deformare. Semplici e potenti messaggi di evoluzione che da millenni cercano di risuonare, tra molte difficoltà, sul nostro pianeta. Non si trattava più di ascoltare i piccoli desideri terreni dell’ego, piuttosto di farsi tramite di un sapere più grande e più alto e certamente più utile all’uomo. Credo profondamente che l’artista debba diventare un ambasciatore di principi più alti di lui. Deve lasciare cadere il suo egoismo, i suoi problemi personali, i suoi gusti personali per mettersi al servizio di una causa più alta e più universale. La tela è come un palcoscenico sul quale l’artista non può entrare. L’artista deve fare il regista e mettere in scena una sceneggiatura universale che non lo riguarda personalmente. L’artista, con la sua personalità, ha il dovere di mettersi da parte e lasciare tutta la scena alla rappresentazione del teatro universale.

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THE ROLE OF ERROR IN ART AND LIFE

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A TREASURE HIDDEN OUT OF THE MAIN STREAM

Nobody has to know that a sign comes out well done only by chance and, as soon as it happens by a miracle, we must protect it and guard it as inside a case.

(P. P. Pasolini)

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Walking on the main street is always safe and secure. It is straight and wide. We see the end of the street far away, but we see it, and this gives us confidence. We are walking where many other people have walked: we cannot be wrong. If, for some reasons, we make a step out of this path we are immediately frightened and try come back as quickly as possible. In this way we will repeat and repeat perfectly the same actions and thoughts, but we will never see something really new. This is true in art as in life. When I paint with a traditional technique and a traditional material, sometimes something goes wrong, something is going out of the main stream and I have two options: I delete the error and quickly start again or I observe it with the eyes of a child. Sometimes, often, it comes out that in this apparent mistake, in this “thing went wrong”, there is beauty and innovation, there is a big potential in it. But I have to look at my actions with the aim of creating something beautiful and new. It may be scary to insist on a completely unknown direction, apparently wrong, far from the main stream that everybody accepts and likes. But if you know your purpose, if it is well present in your mind and in your heart, you don’t have to be scared, you have to be happy that something invisible on the main stream is now manifested in front of you. Find a noble and high goal in life that can be good and useful for you and for the others and, in the future, try to look at what goes wrong with this new point of view: fully open minded and curious like a child; very often there is help and wisdom in it, like a gift, a suggestion coming from outside. But if you are wandering without a real goal or a mission, things happen in a real chaotic way; an error is just an error, there is no way to recognize the hidden message, simply because if you have no goal you don’t know where to use it. Therefore, find a noble purpose and walk towards it, than wait for the error, and when it comes appreciate it and use it to evolve.

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UN TESORO NASCOSTO FUORI DALLA STRADA MAESTRA

Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso, che appena un segno si presenta riuscito bene per miracolo bisogna subito proteggerlo, custodirlo, come in una teca.

(P. P. Pasolini)

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Il camminare sulla strada maestra ci dà sicurezza e protezione. È larga e dritta. Ne vediamo la fine in lontananza, ma la vediamo e questo ci dà fiducia. Stiamo camminando dove molte altre persone hanno camminato: non possiamo sbagliarci. Se per qualche ragione facciamo un passo fuori dal cammino, immediatamente ci spaventiamo e cerchiamo di ritornare indietro il più in fretta possibile. Così facendo ripeteremo ancora e ancora alla perfezione le stesse azioni e gli stessi pensieri, ma non vedremo mai nulla di realmente nuovo. Questo è vero nell’arte come nella vita. Quando dipingo con una tecnica e un materiale tradizionale, a volte qualcosa va storto, qualcosa esce dalla strada maestra e mi si presentano due possibilità: o elimino l’errore in fretta e ricomincio da capo o lo osservo con gli occhi di un bambino. A volte, spesso, capita che in questo errore, in questa “cosa riuscita male” ci siano bellezza e innovazione, ci sia un grande potenziale. Ma per far questo devo guardare alle mie azioni con l’obiettivo di creare qualcosa di bello e innovativo. Può far paura insistere in una direzione completamente sconosciuta, apparentemente sbagliata, lontano dalla strada maestra accettata e amata da tutti. Ma se conosci il tuo obiettivo, se è ben chiaro nella tua mente e nel tuo cuore, non devi avere paura, devi invece essere contento che qualcosa di invisibile sulla strada maestra si sia manifestato proprio ora davanti a te. Trova un obiettivo alto e nobile nella vita che sia buono e utile per te e per gli altri e, in futuro, prova a guardare alle cose che vanno storte da questa nuova prospettiva: con mente completamente aperta e con la curiosità di un bambino. Molto spesso contengono aiuto e saggezza, come un dono, un suggerimento che proviene dall’esterno. Ma se stai vagando senza un vero obiettivo o una missione, le cose accadono davvero in un modo caotico. Un errore è solo un errore e non c’è modo di capire il messaggio nascosto, proprio perchè se non hai un obiettivo non sai come usarlo. Dunque, prima trova un nobile obiettivo e incamminati verso di esso, poi aspetta che arrivi l’errore e quando arriva apprezzalo e usalo per crescere.

 

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 Enrico Magnani 2016 © All Rights Reserved

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THE MAGIC POWER OF NOTHINGNESS

Enrico Magnani - WORK n.18

We all have experienced to recognize a human face in the bark of a tree or an elephant in the shape of a cloud

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Abstract painting, I am often asked what it is and why doing it. Sometimes I hear the call of the figurative painting, to paint bodies and faces as in the nineties. So why not doing it? Because it would be a too personal necessity that has nothing to do with the mission of the artist. I believe that abstract painting is a much more powerful tool of evolution, research, and communication. Painting the abstract, for me, does not mean “to paint nothing” or make just signs or something superficial. The artist does not have to “paint nothing”, but must “paint nothingness”. There is a big difference between these two things. The word “nothingness” is interesting. Nothingness, emptiness, are very important concepts in the oriental culture of Zen Buddhism. To receive new information one must evacuate. It is said that a cup already full can not receive new water. We have too many memories associated with the defined known forms. A tree, a bottle, an animal… leads us right away, with the memory, in a past moment of our lives, stimulating positive or negative emotions, but certainly influencing us. The things that we have already lived and experienced in the past do not make us grow. When forms become unrecognizable, never seen before, are not attributable to anything known, we are no longer able to associate them with immediacy to memories and emotions; this fact opens up a moment of emptiness, nothingness, disconnecting us from the known world, a magic window on the unexplored. Only there, we can find what we are still looking for, and what we need. We can fill our cup with fresh water. Abstract painting should help us in this process of exploring the unexplored. It must create a heeling moment, it must catch us unprepared. Human beings have the tendency to find in unknown forms, known ones; this is why when we put someone in front of something shapeless, after a while he will say with joy that he’s found the face of a man, or the shape of an animal. This “finding” gives us confidence because it brings us back to the known world. The longer the time in which we don’t find, the more we feel lost and full of despair, but this emptiness and this nothingness are indeed the most precious treasure, the wishing well, the place where everything is possible, the only place where we can find, like magic, something that is not of this world, that is ours alone, and that no one could ever tell us.

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A tutti è capitato di riconoscere un volto nella corteccia di un albero o un elefante nella forma di una nuvola

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La pittura astratta, mi sono spesso chiesto cos’è e perché farla. A volte sento il richiamo del figurativo, di ritornare a dipingere corpi e volti come negli anni novanta. Perché allora non lo faccio? Perché sarebbe una necessità troppo personale, che non ha più nulla a che vedere con la missione dell’artista. Credo che la pittura astratta sia un mezzo molto più potente di evoluzione, di ricerca e di comunicazione. Dipingere l’astratto per me non vuol dire “dipingere il niente”, fare dei segni a caso o qualcosa di superficiale. L’artista non deve “dipingere niente”, ma deve “dipingere il niente”. C’è una bella differenza tra queste due cose. La parola “niente” è interessante. Il niente, il vuoto, sono concetti molto importanti della cultura orientale del buddismo zen. Per poter ricevere nuove informazioni bisogna fare il vuoto. Si dice che una tazza già colma non può ricevere nuova acqua. Abbiamo troppi ricordi definiti associati alle forme conosciute. Un albero, una bottiglia, un animale… ci portano subito con il ricordo ad un momento passato della nostra vita, stimolando emozioni positive o negative, ma certamente condizionate. Le cose che abbiamo già vissuto e sperimentato non ci fanno più crescere. Quando le forme diventano invece irriconoscibili, mai viste prima, non sono riconducibili a nulla di conosciuto e quindi non riusciamo più ad associarle con immediatezza ad un ricordo e a un’emozione; si apre così un momento di vuoto, di niente, di disconnessione dal mondo conosciuto: una magica finestra sull’inesplorato; solo lì possiamo trovare ciò che stiamo ancora cercando, ciò di cui abbiamo bisogno. Possiamo riempire la nostra tazza con acqua nuova. La pittura astratta deve aiutarci in questo processo di esplorazione dell’inesplorato. Deve creare un momento di sbandamento, ci deve cogliere impreparati. L’uomo ha la tendenza a ritrovare nelle forme sconosciute delle forme conosciute; per questo quando lo mettiamo di fronte a qualcosa di informe, dopo poco esclamerà con gioia che ha trovato il volto di un uomo o la sagoma di un animale. Questo “trovare” ci dà sicurezza perché ci riporta al mondo del conosciuto. Più è lungo il tempo in cui non troviamo e più ci sentiamo perduti e pieni di sconforto, ma il vuoto e il niente sono proprio il tesoro più prezioso, il pozzo dei desideri, il luogo in cui tutto è possibile, il solo luogo dove possiamo trovare, come per magia, qualcosa che non è di questo mondo che è solo nostro e che mai nessuno potrà raccontarci.

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 Enrico Magnani 2015 © All Rights Reserved

COSMIC HUG PROJECT

CONNECTING ART AND PEOPLE TOGETHER

Art goes Social Network 

Italian artist Enrico Magnani tells about origin, meaning, and perspectives of his engaging artistic project.

 COSMIC HUG PROJECT by Enrico Magnani

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As often happens, it all started almost by chance. I cannot say exactly where or when, but in the spring of 2013 I felt the desire to create an artwork that would intensify the bond between the artist, the artwork itself, and the collectors. Usually, when an artwork is sold, it leaves the atelier and only a virtual bond, with the one who created it, remains. The artist is the creator and that’s all.

With this goal in mind, I made the first Cosmic Hug. Twenty-five small single paintings that together form a unique greater artwork. A sort of chessboard or mosaic with separable tiles. I thought I would keep to myself the central tile and leave the others to anyone who wanted to be part of the project. In this way, the collectors would have been the owners of a part of the whole, as the artist himself, reinforcing the bond between people and the artwork itself that becomes a symbol.

But, if Cosmic Hug Project had to be coherent with its name, I could not stop for a single creation of twenty-five pieces. It was therefore natural to think of creating many more in the same way, but I also wanted all the tiles of the mosaics to be all connected, in some way, among each other.

The central tile of each new mosaic had to be that of the artist and it had to remain the same in every artwork. The tile in the middle of the first mosaic would have been taken and placed in the center of the second, and then in the third, and in the fourth, and so on… The central tile, that of the artist, mine, would become a common thread, a red wire, that sews together all mosaics, one after the other, picking on it, physically, colors and shapes of each new artwork. In this way, all the owners of the tiles will be united by belonging to a single mosaic and, at the same time, thanks to the central tile, to the other mosaics as well.

I have always spoken of “mosaic” to better explain how the project works, but, speaking about Cosmic Hug, I prefer to talk in terms of “galaxy”. The aesthetics of the artwork looks like a small galaxy in which the color gold is dropped on a dark background (blue, brown or black) in order to remind a galaxy seen from afar: a circle or a spiral. This is the idea related to the form of the work, but in addition to the form, there is also the content.

Each Cosmic Hug contains, in fact, a part painted by the case and a part painted by the will of the artist. The dripping (painting technique by which the paint freely drips on the canvas), with which the galaxy is created, it cannot be completely controlled; one cannot require every single drop of color to fall exactly on a well defined point of the canvas; much takes place according to random laws. This reminds us of the unpredictable side of human life. In the universe, in addition to disorder, case, and chaos, there is order as well. Life, even from the scientific point of view, is order, entropy decrease, physicists would say; death is disorder and increase of entropy. From the Big Bang, in fact, from the primordial chaos, life has made its way together with order represented, in these artworks, by the Greek cross; the cross is the archetypal symbol for life and physical body. Each work represents, therefore, as a small universe, a part of chaos and disorder, and a part of life and order; reminding us, once more, our role in the universe. We, the living, are points of order and perfection and we are all part of a structure much bigger than us. We can only rejoice and never forget our connection with the universe and with other human beings with the awarness that each of our actions will have an effect on everything else.

A “hug” is a gesture of unity, but also of love and to remain consistent until the end I wished to give a generous and humanitarian meaning to this artistic project; therefore, a further and important mission that Cosmic Hug Project aims is to support the causes of humanitarian organizations in order to participate, in practice and not only ideally, in the embetterment of our planet and our lives.

Enrico Magnani © 2013-2014

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CONNECTING ART AND PEOPLE TOGETHER

Art goes Social Network

L’artista italiano Enrico Magnani racconta l’origine, il significato e le prospettive del suo coinvolgente progetto artistico.

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Come spesso accade, tutto è cominciato quasi per caso. Non saprei dire esattamente né dove né quando, ma nella primavera del 2013 ho sentito il desiderio di creare un’opera che rafforzasse il legame tra l’artista, l’opera stessa e il collezionista. Normalmente, quando un’opera viene venduta esce dall’atelier lasciando un legame solo virtuale con colui che l’ha creata. L’artista è stato il creatore e la cosa finisce lì.

Con questo obiettivo ho realizzato il primo Cosmic Hug. Venticinque piccoli quadri separati che unitamente formano un’unica più grande opera. Una sorta di scacchiera o di mosaico con tessere separabili. Ho pensato di tenere per me la tessera centrale e lasciare le altre a chiunque volesse far parte del progetto. In questo modo i collezionisti avrebbero avuto una parte del tutto, così come l’artista stesso, rafforzando il legame tra le persone e l’oggetto d’arte che ne diviene il simbolo.

Ma se il progetto Cosmic Hug doveva tener fede al suo nome, cioè quello di un “abbraccio cosmico”, non mi potevo fermare ad una singola creazione di venticinque tessere. Era dunque naturale pensare di crearne molte altre nella stessa maniera, ma volevo anche che tutte le tessere, di tutti i mosaici, fossero tra loro, in qualche modo, unite.

La tessera centrale di ogni nuovo mosaico doveva rimanere quella dell’artista e sempre la stessa. La tessera che era stata al centro del primo mosaico sarebbe stata messa al centro del secondo e poi del terzo, del quarto e così via… La tessera centrale, quella dell’artista, la mia, sarebbe diventata così un filo rosso che cuce assieme tutti i mosaici, uno dopo l’altro, raccogliendo su di sé, fisicamente, i colori e le forme di ogni nuova opera. In questo modo tutti i proprietari delle tessere sarebbero uniti dall’appartenenza ad un singolo mosaico, ma anche agli altri mosaici, proprio grazie alla tessera centrale.

Ho sempre parlato di “mosaico” per far capire meglio come funziona il progetto, ma preferisco parlare del Cosmic Hug in termini di “galassia”. L’estetica dell’opera richiama appunto una piccola galassia in cui il colore oro è fatto cadere su un fondo scuro (blu, marrone o nero) in modo da ricordare proprio una galassia vista da lontano: circolare o spiraliforme. Questa è l’idea legata alla forma dell’opera, ma oltre alla forma vi è anche il contenuto.

Ogni Cosmic Hug contiene infatti una parte dipinta dal caso e una parte dalla volontà dell’artista. Il dripping (tecnica pittorica mediante la quale si lascia gocciolare il colore sulla tela), col quale viene creata la galassia, non può essere controllato completamente, non si può imporre ad ogni singola goccia di colore di cadere esattamente nel punto della tela che abbiamo prescelto; molto avviene secondo leggi casuali. Questo ci ricorda il lato imprevedibile della vita umana. Nell’universo però, oltre al disordine, al caso e al caos, c’è anche ordine. La vita, anche dal punto di vista scientifico, è ordine, diminuzione di entropia direbbero i fisici; la morte è disordine e aumento di entropia. A partire dal Big Bang, infatti, dal caos primordiale, si è fatta strada la vita con il suo ordine che in quest’opera è rappresentata dalle croci greche; croci che nella simbologia archetipica rappresentano proprio la vita e il corpo fisico dell’uomo. Ogni opera contiene dunque, come un piccolo universo in miniatura, una parte di caos, di disordine e una parte di ordine e di vita; ricordandoci una volta di più il nostro ruolo nell’universo. Noi, la vita, siamo punti di ordine e di perfezione e siamo tutti parte di una struttura molto più grande di noi. Possiamo solo gioirne e mai dimenticare la nostra connessione con l’universo e con tutti i nostri simili, nella cosapevolezza che ogni nostra azione avrà ripercussioni sul tutto.

Cosmic Hug, abbraccio cosmico; un abbraccio è un gesto d’unione, ma anche d’amore e per rimanere coerente fino in fondo ho voluto dare una valenza generosa e umanitaria a questo progetto artistico. Un’ulteriore e importante missione che il Cosmic Hug Project si prefigge è proprio quella di contribuire a sostenere le cause di varie associazioni umanitarie per partecipare, concretamente e non solo idealmente, al miglioramento del nostro pianeta e delle nostre vite.

Enrico Magnani © 2013-2014

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ART – MAAT – APET

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THE WAY OF QUALITY AND THE WAY OF QUANTITY

It is quality rather than quantity that matters.

(Lucio Anneo Seneca)

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In the ancient Egyptian tradition, the deities Maat and Apet were associated with the principles of quality and quantity. Since then, it has always been possible to identify two different ways, two possible paths for mankind. The way of Maat is a way more discreet, anonymous, which looks at the quality; the way of Apet is a way that cares for quantity and manifests itself clearly. Our society is often based on the quantity; it can be seen by how we value things. An object, a person or an event has a value only if it is “the most”: the biggest, the smallest, the highest, the lowest, the oldest, the newest, the richest. We do not pay attention to the content and the nature of the object or the event itself. In the realm of quality, the big, the small, and the number loose their importance, only the content is worth. If someone repeats a thousand times a silly idea, in the realm of quality it is less worth than who speaks only once, but gives an original idea. We are very conditioned and coming out of this mechanism is very difficult. When things are repeated and redundant they always remain the same, they do not make us grow and we do not evolve. In the realm of quality, ten thousand copies of the same book are not worth more than a single copy. The pile does not add anything new to our knowledge and our usefulness. A page or thousands of pages of a book is a very different concept instead. Each page adds something new, new concepts, new emotions, and new ideas for the evolution of the human being. In art, the same principle applies. In our society, often, artistic ideas are rewarded based on the quantity, because everyone recognizes and uses the measure of quantity. An artist who works a lot of time to create an artwork is more appreciated than an artist who creates an artwork in a few days. But even those who manage to create an artwork in just a few minutes are appreciated by the audience because it was very fast, perhaps “the fastest”. An artist who uses a large number of objects is appreciated more than those who use only one. Often the quantity becomes an indicator of importance. It took two years to make this work… He used five million rice grains… a hundred thousand pencils to rebuild a scaled model of the Eiffel Tower. It becomes a game of skills, endurance, no more art to evolve, to communicate important messages for mankind. An Eiffel Tower made ​​of pencils: what does it say that we do not already know? That the Eiffel Tower exists? That with pencils I can do things that are not simply drawing? That I’ve had a lot of patience and a great manual dexterity to paste a hundred thousand pencils? These are the things that make the news. Making gigantic works fascinates and amazes the audience. We are accustomed to give importance to the quantity. A small and silent artwork does not catch the attention as a giant one instead. If Paul Klee were not the Paul Klee we all know and today we would make a comparison with a work of Christo, how many people would vote for Klee? A mountain covered with orange fabric is much more impressive than a small picture of a few centimeters where you barely recognize the colors. From the point of view of quantity it is true, but from the point of view of quality, once we have seen a mountain covered with fabric, or a church, or a tower… nothing changes. The concept is always the same. Paul Klee, in most of his works, put a new world and new concepts that speak to the soul in ways that are always different. Taking this concept of understanding reality and to evaluate it to extremes, we go straight to garbage: the thing that more than any other is abundant and less of all is worthy. This should be taken into account by this kind of art that counts exclusively on quantity to make news – the art of Apet.

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LA VIA DELLA QUALITÀ E LA VIA DELLA QUANTITÀ

È questione di qualità, piuttosto che di quantità.

(Lucio Anneo Seneca)

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Nell’antica tradizione egizia le divinità Maat e Apet erano associate ai principi di qualità e quantità. Da allora è sempre stato possibile identificare due vie, due diversi cammini per l’uomo. La via di Maat è una via più discreta, anonima, che guarda alla qualità; quella di Apet è una via che guarda alla quantità, alla misura e si manifesta in modo chiaro. La nostra società è spesso fondata sulla quantità e lo si capisce da come valutiamo le cose. Un oggetto, una persona o un evento acquista valore solo se è “il più”: il più grande, il più piccolo, il più alto, il più basso, il più vecchio, il più nuovo, il più ricco.  Non si fa attenzione al contenuto e alla natura dell’oggetto o dell’evento stesso. Nel regno della qualità, il grande, il piccolo e il numero perdono d’importanza, solo il contenuto vale. Se ripeto mille volte un’idea banale, nel regno della qualità valgo meno di chi invece parla una sola volta, ma propone un’idea originale. Siamo molto condizionati e uscire da questo meccanismo è molto difficile. Quando le cose sono ripetute e ridondanti rimangono sempre le stesse, non ci fanno evolvere, non ci fanno crescere. Nel regno della qualità, dieci mila copie dello stesso libro non valgono più di una singola copia. Il mucchio non aggiunge nulla di nuovo alla nostra conoscenza e alla nostra utilità. Una pagina o mille pagine di un libro sono invece molto diverse. Ogni pagina aggiunge qualcosa di nuovo, nuovi concetti, nuove emozioni, nuove idee per l’evoluzione dell’essere umano. Nell’arte vale lo stesso principio. Nella nostra società spesso si premiano idee artistiche basate sulla quantità, perchè tutti le riconoscono e le valutano usando il metro della quantità. Un artista che fa un lungo lavoro è apprezzato molto più di chi realizza un’opera in pochi giorni. Ma anche chi riesce a fare una bella opera in pochi minuti è apprezzato dal pubblico perché è stato molto veloce, forse “il più veloce”. Un artista che usa tantissimi oggetti è apprezzato più di chi ne usa uno solo. Spesso la quantità diventa indice d’importanza. Ci sono voluti due anni per fare quest’opera… Ha usato cinque milioni di chicchi di riso… oppure cento mila matite per ricostruire in scala la Tour Eiffel. Alla fine tutto diventa un gioco d’abilità, di endurance, non più arte per evolvere, per comunicare messaggi importanti per il genere umano. La Tour Eiffel fatta di matite: cosa mi può dire che io già non sappia? Che la Tour Eiffel esiste? Che con le matite possono fare cose che non siano semplicemente il disegnare? Che ho avuto tanta pazienza e una grande abilità manuale ad incollare cento mila matite? Sono queste le cose che fanno notizia. Fare opere gigantesche affascina e stupisce il pubblico. Siamo abituati a dare importanza alla quantità. Un’opera piccola e silenziosa non cattura l’attenzione come invece una gigantesca. Se Paul Klee non fosse il Paul Klee che tutti conosciamo e lo confrontassimo oggi con un’opera di Christo in quanti voterebbero per Klee? Una montagna foderata di tela arancione è molto più impressionate di un piccolo quadro di pochi centimetri dove a malapena si riconoscono i colori. Dal punto di vista della quantità è vero, ma dal punto di vista della qualità, una volta che abbiamo visto una montagna fasciata, o una chiesa o una torre… non cambia nulla. Il concetto rimane sempre quello. Paul Klee, in ogni sua opera, metteva un mondo nuovo, nuovi concetti che parlavano all’anima in modi sempre diversi. Portando all’estremo questo modo di comprendere e di valutare la realtà si arriva direttamente al concetto di spazzatura. La cosa che più di ogni altra abbonda e meno di tutte vale. Questo dovrebbe essere preso in considerazione da quell’arte che per fare notizia punta esclusivamente sulla quantità – l’arte di Apet.

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ART – EGO – MANKIND

THE LUCK OF THE ARTIST

The life of the spirit may be fairly represented in diagram as a large acute-angled triangle divided horizontally into unequal parts with the narrowest segment uppermost. The lower the segment the greater it is in breadth, depth, and area. The whole triangle is moving slowly, almost invisibly forwards and upwards. Where the apex was today the second segment is tomorrow; what today can be understood only by the apex and to the rest of the triangle is an incomprehensible gibberish, forms tomorrow the true thought and feeling of the second segment. At the apex of the top segment stands often one man, and only one. His joyful vision cloaks a vast sorrow. Even those who are nearest to him in sympathy do not understand him. Angrily they abuse him as charlatan or madman. So in his lifetime stood Beethoven, solitary and insulted.* How many years will it be before a greater segment of the triangle reaches the spot where he once stood alone? Despite memorials and statues, are they really many who have risen to his level? In every segment of the triangle are artists. Each one of them who can see beyond the limits of his segment is a prophet to those about him, and helps the advance of the obstinate whole. But those who are blind, or those who retard the movement of the triangle for baser reasons, are fully understood by their fellows and acclaimed for their genius. The greater the segment (which is the same as saying the lower it lies in the triangle) so the greater the number who understand the words of the artist. Every segment hungers consciously or, much more often, unconsciously for their corresponding spiritual food. This food is offered by the artists, and for this food the segment immediately below will tomorrow be stretching out eager hands.

(Wassily Kandinsky)

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This sublime and deep excerpt written by Wassily Kandinsky, in his essay “Concerning the Spiritual in Art”, sums up perfectly how the evolution works in the world of art and spirituality. If this is so, an artist, in short, can never go wrong. If an artist has a great success he’s happy with his money and success. If an artist is not successful can always think that his moment is not yet come, that he’s too innovative and that in a hundred years he will be the new van Gogh. For this reason I say that the artist is always lucky. But now let’s go deeper, beyond the joke. If the artist is a successful artist, it means that he is understood and appreciated by the masses; according to Kandinsky, his message, very popular, is situated at a lower level, less developed and less innovative than that of an artist who still no one understands, because it is set at a level so high that only a few minds can understand it and a few hearts feel it. Often, we cannot choose at which level of the pyramid to set ourselves, both as artists and as human beings. But sometimes this choice is possible and we have to use it. If an artist has a large capacity, if he is a brilliant artist, his artworks could anticipate the times and accelerate the path of mankind, but as soon as this artist starts to sell his works profitably, the creative spirit immediately stops. “Why should I change my style if I sell my works so well and it makes me rich and makes me famous?” The temptation is certainly very strong. “And who tells me that I can do something new, something really new for the good of mankind? Where I stay is not so bad. I think I’ll stop here.” At this point the ego has won and mankind lost. An artist should never stop; never stop creating, trying, and changing. No one can know what will be the impact of his creations on the evolution of mankind. My advice is never stop to research and to give up, if possible, a little of our egos, to make them smaller and to give more space to the world. Maybe you will be less popular, but among all the seeds thrown in the wind, maybe, there will be someone who will produce a great future, rather than having a few rotten in stagnant water; and this should be a good reason to feel lucky.

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LA FORTUNA DELL’ARTISTA

“Un grande triangolo acuto diviso in sezioni disuguali, che si restringono verso l’alto, rappresenta in modo schematico, ma preciso, la vita spirituale. In basso, le sezioni del triangolo diventano sempre piu grandi ed estese. Il triangolo si muove lentamente, quasi impercettibilmente, verso l’alto e dove “oggi” c’è il vertice, “domani” ci sarà la prima sezione; quello cioè che oggi è comprensibile solo al vertice, e per il resto del triangolo è  ancora un oscuro vaniloquio, domani diventerà la vita, densa di emozioni e di significati, della seconda sezione. Al vertice sta qualche volta solo un uomo. Il suo sguardo è sereno come la sua immensa tristezza. E quelli che gli sono piu vicini non lo capiscono. Irritati, lo definiscono un truffatore o un pazzo. Così disprezzarono Beethoven, che visse da solo al vertice*. Quanti anni ci sono voluti prima che una sezione piu larga del triangolo arrivasse dove era lui! E nonostante tutti i monumenti in suo onore, sono veramente molti quelli che hanno raggiunto quel punto? In ogni sezione del triangolo si possono trovare degli artisti. Tra loro, chi sa guardare al di là della sua sezione è un profeta e aiuta a muovere il carro inerte. Se invece non possiede quest’occhio acuto, se per finalità e cause meschine lo chiude o ne fa cattivo uso, viene capito e celebrato da tutti i compagni della sua sezione. Più grande è la sezione (cioè più in basso si trova), maggiore è la massa di chi capisce la parola dell’artista. È chiaro che ognuna di queste sezioni ha consciamente o (più spesso) inconsciamente fame del proprio pane spirituale. È il pane che le danno i suoi artisti, e a cui domani aspirerà la sezione successiva.”

(Wassily Kandinsky)

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Questo sublime e profondo estratto scritto da Wassily Kandinsky, nel saggio “Lo spirituale nell’arte”, riassume in maniera perfetta come procede nel mondo l’evoluzione dell’arte e della spiritualità. Se così stanno le cose, ad un artista, per farla breve, non può mai andare male. Se un artista ha un grande successo è felice dei suoi soldi e del suo successo; se un artista non ha successo può sempre pensare che non è ancora venuto il suo momento, che è troppo innovativo e che fra cent’anni sarà lui il nuovo van Gogh. Per questo dico che l’artista è sempre fortunato. Ma andiamo, oltre la battuta, più in profondità. Se l’artista è un artista di successo vuol dire che è compreso e apprezzato dalle masse; secondo Kandinsky il suo messaggio, molto popolare, è situato così ad un livello più basso, meno evoluto e meno innovativo rispetto a quello di un artista che ancora nessuno comprende, proprio perché è situato ad un livello così alto che solo poche menti riescono a capirlo e pochi cuori a sentirlo. Spesso non possiamo scegliere a che livello della piramide collocarci, sia come artisti, sia come esseri umani. Ma a volte questa scelta è possibile e bisogna sfruttarla. Se un artista ha grandi capacità, se si tratta di un artista di genio, le sue opere potrebbero anticipare i tempi e accelerare il percorso dell’umanità, ma basta che questo artista cominci a vendere bene le sue opere che tutto lo spirito creativo immediatamente si arresta. “Perché dovrei cambiare il mio stile se vendo così bene le mie opere e questo mi fa arricchire e mi rende famoso?” La tentazione è certamente molto forte. “E chi mi dice che potrò fare qualcosa di nuovo, di veramente nuovo per il bene dell’umanità? Dove mi trovo non si sta poi tanto male. Penso che mi fermerò qui.” A questo punto l’ego ha vinto e il genere umano ha perso. Un artista non dovrebbe mai fermarsi, mai smettere di creare, di cercare e di cambiare. Nessuno può sapere quale sarà l’impatto delle sue creazioni sull’evoluzione dell’umanità. Il mio consiglio è quello di non smettere mai di ricercare e di rinunciare, se possibile, a un po’ dei nostri ego, renderli un po’ più piccoli, per fare un po’ più di spazio al mondo. Magari si sarà meno popolari, ma fra tutti i semi gettati nel vento, forse, ve ne sarà qualcuno che produrrà un futuro grandioso, piuttosto che farne marcire pochi in un’acqua stagnante. Questa dovrebbe essere una buona ragione per sentirsi fortunati.

*[Footnote: Weber, composer of Der Freischütz, said of Beethoven’s Seventh Symphony: “The extravagances of genius have reached the limit; Beethoven is now ripe for an asylum.”]

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ART – AIM – TECHNIQUE

TECHNIQUE AS A MEAN AND NOT AS AN AIM

Imagine if the Bible was composed by two thousand pages in which it is written: “In the beginning God made heaven and earth, in the beginning God made heaven and earth, in the beginning God made heaven and earth…”. It can be a good idea, it is very important to know that “In the beginning God made heaven and earth”, but where is evolution?! To say it once, it’s enough! (EM)

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When an artist creates an artwork, something new to offer to the world, he has two ways to do it. An easy way and a more difficult one. There is the highway and there is the forest; a little like in life. Many artists choose the highway. Driving on the highway is easier and safer. When you are on the highway, however, you already know where you arrive and if you see, far away, something you like you cannot go out and discover what it is. The wood, however, is fraught with perils, of wild beasts and does not have a definite direction, but you can go wherever you want and there are many things that you never imagined, no one can tell what you’ll find and where you’ll end up. Translating all this in the world of art is very easy. The artist who decides to proceed on the “art highway”, finds out a technique that satisfies him and meets his audience and, with it, he produces many artworks, sometimes for an entire lifetime. In this case, what the artist can say, through his art, is restricted by the technique itself. The technique reduces his chances, his vision, his experiences. If the artist thinks a concept that feels not being able to accomplish with his technique, he drops it. It also happens that the concept did not even come to his mind as he is used to think within its borders. The artist who decides to walk in the forest of art, instead, is an artist who does not have a well defined technique, but many techniques, and learns them on the road, through the unexpected, the case, and the experience. He has many messages to communicate. He always wants to say something new, he wants to push the boundaries of his audience as well as his. The technique, for him, is just one tool among many. This artist, today, needs to communicate a message and uses a certain technique, tomorrow needs to say something else and uses another technique that fits better to communicate this new type of message. This artist is much more free to think and to create; any message he wants to communicate, he just needs to look around and find the most suitable technique. Unfortunately, today’s audience wants to be able to recognize the artist and many times it is easier to recognize it by technique than by content. The technique appears immediately, the content must be understood, it requires an effort and time as well. Often, in our fast paced world, there is no time. The artist creates a beautiful mold and for an entire lifetime he makes the same cookies; this does not go in the direction of an evolutionary art, but rather bored, locked, and conservative, which is the opposite of what art should be. I’m not saying that every year an artist has to invent a new technique, a new style, but it is clear that if we are talking about a serious artist, who loves to search for his sake and that of humanity, he will not settle for just one technique, just one style in his whole life. I wish to close this short article with a quote from Picasso, an artist who has definitely chosen the art forest. “God is really only another artist. He invented the giraffe, the elephant, and the cat. He has no real style. He just goes on trying different things.

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LA TECNICA COME MEZZO E NON COME FINE

 Pensa se la Bibbia fosse composta da duemila pagine in cui sta scritto: “In principio Dio creò il cielo e la terra, in principio Dio creò il cielo e la terra, in principio Dio creò il cielo e la terra…”. Può essere una buona idea, è molto importante sapere che “In principio Dio creò il cielo e la terra”, ma dov’è l’evoluzione?! Dirlo una volta, è sufficiente! (EM)

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Quando un artista crea un’opera, qualcosa di nuovo per offrirlo al mondo, ha due modi per farlo. Uno facile e uno più difficile. C’è l’autostrada e c’è la foresta. Un po’ come nella vita. Molti artisti scelgono l’autostrada. Guidare sull’autostrada è più facile e più sicuro però quando sei sull’autostrada sai già dove arriverai e se da lontano vedi qualcosa che ti piace non puoi uscire e andare a scoprire di cosa si tratta. La foresta, invece, è piena di pericoli, di bestie feroci e non ha una direzione ben precisa, ma puoi andare dove vuoi e ci sono tante cose che non avresti mai immaginato; nessuno può dire cosa scoprirai e dove finirai. Tradurre tutto questo nel mondo dell’arte è molto facile. L’artista che decide di procedere sull’”autostrada dell’arte”, trova una tecnica che lo soddisfa e che soddisfa il suo pubblico e con questa produce molte opere, a volte per tutta la vita. In questo caso quello che l’artista riesce a dire, attraverso la sua arte, è limitato dalla sua stessa tecnica. La tecnica riduce le sue possibilità, il suo campo visivo, le sue esperienze. Se l’artista pensa un concetto che sente di non riuscire a realizzare con la sua tecnica lo lascia cadere, non lo realizza. Capita anche che il concetto non gli venga neppure in mente tanto lui è abituato a pensare all’interno dei suoi confini. L’artista che invece decide di camminare nella “foresta dell’arte” è un artista che non ha una tecnica ben definita, ma tante tecniche e che impara le tecniche sulla strada, tramite l’imprevisto, il caso e l’esperienza. Egli ha molti messaggi da comunicare. Egli vuole dire sempre qualcosa di nuovo agli altri, vuole allargare i confini del suo pubblico così come i suoi. La tecnica, per lui, è solo uno strumento fra i tanti. Questo artista, oggi, ha bisogno di dire una cosa e usa una certa tecnica, domani ha bisogno di dire un’altra cosa e usa un’altra tecnica che si adatta meglio, che comunica meglio quel tipo di messaggio. Questo artista è molto più libero di pensare e di creare perchè per qualunque messaggio voglia comunicare deve solo guardarsi intorno e trovare la tecnica più adatta. Purtroppo il pubblico di oggi vuole poter riconoscere l’artista e molte volte è piu facile riconoscerlo dalla tecnica che non dal contenuto. La tecnica appare immediatamente, il contenuto bisogna comprenderlo, fare uno sforzo, investire tempo. Spesso, nel nostro mondo veloce, manca il tempo. L’artista si crea un bello stampo e fa per tutta la vita gli stessi biscotti; questo non va molto nella direzione di un’arte evolutiva, ma piuttosto annoiata, rinchiusa e conservatrice che è tutto il contrario di ciò che l’arte dovrebbe essere. Non sto dicendo che ogni anno un artista debba inventare una nuova tecnica, un nuovo stile, ma è chiaro che se parliamo di un artista serio, che ama ricercare per il bene suo e dell’umanità, non potrà accontentarsi di una sola tecnica, di un solo stile nella sua vita. Vorrei chiudere questo breve articolo con una citazione di Picasso, un artista che ha decisamente scelto il bosco dell’arte. “Dio in realtà non è che un altro artista. Egli ha inventato la giraffa, l’elefante e il gatto. Non ha un vero stile: non fa altro che provare cose diverse.

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ART – IDEAS – LANGUAGE

TO EVOLVE A LANGUAGE IS NEEDED

“I know an artist who, in four years, has made ​​four very successful exhibitions. The first year he has collected and exhibited the various sands of the deserts around the world, the second year the various waters of the lakes of Sweden, the third year the different leaves of the trees of the Black Forest, the fourth year the hairs of the five thousand inhabitants of his village. Now we all know that deserts have sand, lakes have water, trees leaves, and the inhabitants of his village hairs.” (EM)

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Much of contemporary art today resembles the television programs. When watching TV you are completely absorbed by an enormous amount of amazing images of violence and sex, but also by beautiful documentaries about animals and love stories… in every way, in the end, we forget everything and we are just tired and looking for something else to recapture our attention. The television is not meant to encourage thinking, but to suspend it and produce streams of fake emotions. It’s a mix of amazing images from which we can extract a lot of information, but very little knowledge. Why today’s art looks a lot like television programs? Because, often, art is born and developed around a single idea. The artist has an amazing idea to catch the audience and enjoys it for a long time until the wave of amazement has not been exhausted. At this point, the artist, if he’s able, produces another idea, which is usually completely disconnected from the previous one and repeats the same procedure. If the artist has a little luck, this kind of art based on separate ideas, can be very successful and be spread by the media and influence millions of people. These ideas, however, are disconnected and it is difficult that there is a consistent message to communicate to the public that makes sense. They are like the images we see on television, which occur quickly with the sole aim to impress the audience and capture his attention for a few moments. Shortly after we have forgotten everything, inside us almost nothing is left. It’s not like when you read a book, the story remains within us sometimes for a lifetime. Sometimes even we tell it to our children and this story is propagated by generations, usually teaching something good as well. If we agree that art has a higher purpose, which is a tool for the improvement of humanity, then it has to be consistent, it must be able to communicate with the public and we need a language to communicate. Without language, the public cannot follow the artist. I want to make an example. Let’s take our favorite book, the one has taught us more in our life. Let’s take it and rip all the pages, then let’s cut some into slices and mix everything. Now imagine you have never read that book. Take one piece and read it. It can be beautiful, but it can also be boring. Now take another one, and read this, too: it can be beautiful or boring, but it can also be incomprehensible. The most important thing, though, is that now there are only fragments and very likely you will never understand the general meaning of the book. You, most likely, will never buy the book of an author who writes that way; because there is no language, there is no consistency. Each of us is able to have amazing ideas, it does not take much. What is difficult is to create consistency, creating a language; in order to do this, you really have to have something to say. You cannot extemporize. It is for this reason that there are many good ideas around the world, but definitely not as many artists.

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PER EVOLVERE E’ NECESSARIO UN LINGUAGGIO

“Conosco un artista che in quattro anni ha realizzato quattro mostre di grande successo. Il primo anno ha raccolto ed esposto le diverse sabbie dei deserti di tutto il mondo, il secondo anno le diverse acque dei laghi di Svezia, il terzo anno le diverse foglie degli alberi della Foresta Nera, il quarto anno i diversi capelli dei cinquemila abitanti del suo paese. Ha avuto un grandissimo successo. Ora tutti sappiamo che i deserti hanno la sabbia, i laghi hanno l’acqua, gli alberi le foglie e gli abitanti del suo paese i capelli.” (EM)

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Molta dell’arte contemporanea di oggi assomiglia ai programmi televisivi. Quando guardi la TV sei completamente assorbito da un’enorme quantità di immagini sorprendenti di violenza e sesso, ma anche da bellissimi documentari sugli animali e storie d’amore… in ogni modo, alla fine, dimentichiamo tutto e siamo solo stanchi in cerca di qualcos’altro che possa ricatturare la nostra attenzione. La televisione non è fatta per incoraggiare il pensiero, ma per sospenderlo e avere flussi di false emozioni. E’ un mix di immagini sorprendenti dalle quali possiamo estrarre moltissima informazione, ma pochissima conoscenza. Perché l’arte di oggi assomiglia tanto ai programmi televisivi? Perché spesso l’arte nasce e si sviluppa attorno ad una singola idea. L’artista ha un’idea sorprendente che stupisce il pubblico e la riproduce in serie per molto tempo, fino a che l’ondata di stupore non si è esaurita. A questo punto, l’artista, se ne è in grado, produce un’altra idea, che di solito è completamente scollegata dalla precedente e ripete la stessa procedura. Se l’artista ha anche un po’ di fortuna, questo tipo di arte, basata su idee separate, può avere molto successo ed essere diffusa dai media e influenzare milioni di persone. Queste idee però sono scollegate ed è difficile che esista un messaggio di senso compiuto da comunicare al pubblico, un messaggio coerente. Sono come le immagini che vediamo in televisione, che si susseguono in fretta con il solo obiettivo di stupire il pubblico, per catturare la sua attenzione per qualche momento. Dopo poco ci siamo dimenticati di tutto, in noi non è rimasto quasi niente. E si passa ad altro. Non è come quando si legge un libro, che la storia rimane dentro di noi a volte per una vita intera. A volte, addirittura, la raccontiamo ai nostri figli e questa storia si propaga per generazioni, di solito insegnando anche qualcosa di buono. Se siamo d’accordo che l’arte abbia un fine superiore, che sia uno strumento per migliorare l’umanità, allora deve avere una coerenza, deve poter comunicare con il pubblico e per comunicare ci vuole un linguaggio. Senza linguaggio il pubblico non può seguire l’artista. Voglio fare un esempio. Prendiamo il nostro libro preferito, quello che nella vita ci ha insegnato di più. Prendiamolo e strappiamo tutte le pagine, poi tagliamone alcune a fettine e mescoliamo il tutto. Ora immaginiamo di non avere mai letto quel libro. Prendiamo un pezzo di pagina e leggiamolo. Può essere bello, ma può anche essere noioso. Poi prendiamone un’altro e leggiamolo: anche questo, può essere bello o noioso, ma può anche essere incomprensibile. Quello che più conta, però, è che si tratta di frammenti e che molto probabilmente non capiremo mai il senso generale del libro. Molto probabilmente non compreremo mai il libro di un autore che scrive in quel modo, proprio perché non c’è un linguaggio, non c’è una coerenza. Ciascuno di noi è in grado di avere idee sorprendenti, non ci vuole molto, quello che è difficile è creare coerenza, creare un linguaggio, perche per fare ciò bisogna avere davvero qualcosa da dire. Non si può improvvisare. Ed è per questo che ci sono molte buone idee in giro per il mondo, ma sicuramente non altrettanti artisti.

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ART & EVOLUTION

A CATALYST FOR THE GOOD OF HUMANITY

“With my artworks I try to divert public attention from the outside world to the inner world and push people to investigate certain parts of their being that they have forgotten. […] When the consciousness is turned on, everyone finds the message that he needs to have. My paintings are a kind of catalyst for the inner query.” (EM)

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All the most ancient spiritual traditions are nothing more than different ways to achieve the same goal: the evolution of mankind. Art can be one of those ways, provided it is done in the right way. Art should be a catalyst for the development of mankind. A stimulus that will help us in the process of understanding and inner transformation. Much of contemporary art portrays the society, our way of being and, above all, our problems. Many artists become reporters. With their fascinating and surprising techniques they portray the society: wars, violence, sex, money, technology, maladies, fashion, media, famous people… This is a possibility, but that’s not the only one. If we agree that art should be evolution, a tool to improve the human race, why should we make a detailed portrait of society? Just to amplify the failures? To look closer? To see them and understand them better? Rarely in all of these artistic representations there is a solution to the ills of society. We are all aware that many things are not going in the right direction and should be changed. Money, sex, violence, politics… they exist and they can be a problem, but repeating and repeating this concept will not give us the solution. We have to focus more on our inner world if we want to find a solution. Pointing constantly the finger on the details of the problem does not solve the problem. This attitude does nothing but strengthen in the mind and soul of people the things they want to eliminate. Thinking about war does not end the war. Thinking about poverty does not end poverty. Negative thinking produces even more evil. Using your energy to create abundance and peace, instead, is a much more constructive attitude. As long as we continue to show the society and its problems they will remain unsolved. The alternative, a possible alternative, is to focus on the inner development of the human being. The sick man can not cure another sick man until he is healed. Art should direct the viewer’s attention inward. “Know thyself” said the ancients. If the human being starts questioning himself from the inside, maybe he will change, he will not give so much importance to these corrupted sides of society and he will stop taking part in them. Only through inner work we can improve ourselves and bring fresh air to the world, new ideas, and positive energy for the benefit of whole human kind.

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UN CATALIZZATORE PER IL BENE DELL’UMANITA’

“Con le mie opere cerco di deviare l’attenzione del pubblico dal mondo esterno al mondo interno e spingerlo a investigare certe parti del suo essere che ha dimenticato. […] Quando la coscienza è attivata ognuno trova il messaggio che ha bisogno di trovare. I miei quadri sono una sorta di catalizzatore per l’interrogazione interiore.” (EM)

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Tutte le più antiche tradizioni spirituali non sono altro che modi diversi per raggiungere lo stesso obiettivo: l’evoluzione del genere umano. L’arte può essere uno di questi modi, a patto che venga fatta nel modo giusto. L’arte dovrebbe essere un catalizzatore per lo sviluppo del genere umano. Uno stimolo che ci aiuti nel processo di comprensione e di trasformazione interiore. Molta arte contemporanea ritrae la società, il nostro modo di essere e soprattutto i nostri problemi. Molti artisti si trasformano in reporters. Con le loro affascinanti e sorprendenti tecniche ritraggono la società: le guerre, la violenza, il sesso, il denaro, la tecnologia, le malattie, la moda, i media, i personaggi famosi… Questa è una possibilità, ma non la sola. Se siamo d’accordo che l’arte debba essere evoluzione, uno strumento per migliorare il genere umano, a cosa serve fare un ritratto dettagliato della società? Solo per amplificarne i difetti? Per guardarli più da vicino? Per vederli e capirli meglio? Raramente, in tutte queste rappresentazioni artistiche, si trova una soluzione ai mali della società. Siamo tutti consapevoli che tante cose non stanno andando nella direzione giusta e che andrebbero cambiate. Il denaro, il sesso, la violenza, i politici… esistono e possono essere un problema, ma ripeterlo in continuazione non ci darà la soluzione. Dobbiamo concentrarci di più sul nostro mondo interiore se vogliamo trovare una soluzione. Puntare il dito in continuazione sui dettagli del problema non basta per risolvere il problema. Questo atteggiamento non fa altro che rafforzare nella mente e nell’animo delle persone proprio le cose che essi vogliono eliminare. Pensare alla guerra non fa finire la guerra. Pensare alla povertà non fa finire la povertà. Il pensiero negativo produce ancora di più il male. Usare le proprie energie per creare l’abbondanza e la pace, invece, è un atteggiamento molto più costruttivo. Fintantoché continueremo a mostrare la società e i suoi problemi sperando di risolverli, non li risolveremo mai. L’alternativa, una possibile alternativa, sta nel concentrarsi sullo sviluppo interiore del singolo. Il malato non può curare un malato fino a che non sia guarito. L’arte dovrebbe indirizzare l’attenzione dello spettatore verso l’interno. “Conosci te stesso”, dicevano gli antichi. Se l’essere umano comincia a mettersi in discussione dall’interno probabilmente cambierà e non darà più tanta importanza a questi lati corrotti della società, smetterà di parteciparvi. Solo tramite un lavoro interiore è possibile migliorarsi e portare nel mondo aria fresca, nuove idee ed energie positive per il bene di tutto il genere umano.

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